IL COLPO DI FULMINE

Saulla Bacchini (Rimini 1916 - 2014), giornalista, scrittrice, ha lasciato memorie sulla sua turbinosa vita. Qui siamo nel 1937 a Milano, racconta i preliminari del suo fidanzamento.

Fu il classico colpo di fulmine, amore al primo sguardo. Lo sguardo che alzai dal piatto di tortellini, che stavo avidamente mangiando, verso la porta del ristorante. Lo vidi scendere lentamente la breve scala che conduceva alla sala, snello, di un'eleganza raffinata e costosa. Lo sguardo, che dal suo volto era sceso fino alle scarpe, notò che queste erano allacciate non con comuni lacci di corda, ma di cuoio! Mai viste scarpe simili. Anche lui mi notò subito. Si fermò un attimo, poi proseguì la breve discesa e prese posto al tavolino poco lontano da noi. Cioè da me e da mio padre.

Da una settimana andavamo a pranzare in quel ristorante di via Santa Sofia, gestito da una coppia di sposi romagnoli: il cibo era squisito e i prezzi equi. Ce lo aveva raccomandato un nostro cliente, e poiché mia madre e le mie due sorelle erano andate a Rimini ospiti della zia Silla, io e il babbo ci concedevamo questo lusso. Uscimmo prima di lui. Mio padre non l'aveva notato. Il giorno dopo lo trovammo già al ristorante seduto a un tavolino accanto al nostro, che era prenotato già dal mattino. La padrona, che ogni tanto si sedeva confidenzialmente accanto ai clienti, ci confidò: Quel signore mi ha chiesto chi siete e come vi chiamate. Quando ha saputo che Saulla si chiama Saulla (testuale gioco di parole), ha fatto salti di gioia. Sarà perché è un nome strano per una ragazza commentò laconicamente mio padre.

Gli sguardi continuarono per cinque giorni, il sesto mi recai da sola al ristorante. Il babbo era rimasto ad attendere un cliente. Gli sguardi si fecero più intensi, al termine del pranzo lui si avvicinò al mio tavolo, eseguì un larvato inchino chiedendomi il permesso di potermi accompagnare. Vai, vai esortò la proprietaria del ristorante. è un bravo ragazzo, garantisco io. Uscimmo al sole. Chiamandomi Signorina Saulla, prego aperì la portiera di una bellissima automobile tanto grande e lucida, non avevo conosciuto un ragazzo che ne possedesse una, anche piccola, anche scassata.

Se mio padre vede che arrivo in auto con uno sconosciuto non solo punisce me, ma lo sconosciuto si prende un bel pugno nello stomaco. La faccio scendere prima di arrivare all'ufficio. Non parlammo durante il breve tragitto. Appena l'auto si fermò lui mi cinse le spalle con un braccio. Mi chiamo Dino disse. Io Saulla. Lo so. Il tono della voce era virile e melodioso, con lieve accento toscano. Tra pochi giorni proseguì vado a Livorno, a casa. Mi aspettano per il Kippùr. Non risposi non sapevo cosa fosse il Kippùr.

Mi hai udito incalzò dandomi improvvisamente del tu. Anche voi sarete occupati per i preparativi del Kippùr! Quando ritorno parlerò con tuo padre. Stordita dalla proposta di fidanzamento, incredula di avere suscitato in breve tempo l'interesse di un ragazzo che si permetteva una Isotta Fraschini e abiti costosi, riuscii a mormorare: Che cos'è il Kippùr?. Mi guardò attonito, poi scoppiò in una risata. Non sei ebrea?. No. E ora come facciamo?. Facciamo cosa?. Sposarci, non avrò il coraggio di comunicare alla mia famiglia che mi sono innamorato di una gentile (altra parola di cui non compresi il significato - a quei tempi l'attributo gentile era usato per le persone non di religione ebraica), e i tuoi non vorranno darti in moglie a un ebreo, ora che il fascismo ha scatenato una campagna contro di noi. Non siamo fascisti precisai.

Bene ne riparleremo quando torno. Per il momento non dire nulla a nessuno. E guai, signorina Saulla, se accetta il passaggio di un altro corteggiatore scherzò. Posò un lieve bacio sui miei occhi, mi aperì la portiera, mormorò a presto e se ne andò.

Saulla Bacchini