TERRA AMARA NEL SALENTO

Il campo davanti a casa era silenzioso. Non il silenzio buono, quello che accompagna il vento fra le fronde, ma un silenzio morto. Gli ulivi non c'erano più. Soli tronchi secchi, spettri anneriti dal tempo e dalla malattia. La Xylella aveva fatto il suo corso. Anni prima nessuno ci credeva davvero. È una moda, passerà. Ma non era passata. Pompeo, sessantacinque anni, braccia forti ma occhi stanchi, passava ogni mattina a guardare la terra che era stata di suo padre e, prima ancora, di suo nonno. Ricordava quando da ragazzino aiutava a raccogliere le olive con le mani sporche e il cuore leggero. Ora il frantoio era chiuso e il profumo dell'olio nuovo era solo un ricordo.

Ma i salentini non sanno morire. Possono cadere, sì, ma si rialzano a modo loro. C'è chi ha piantato mandorli, chi ha provato con la vite, chi si è inventato l'agriturismo, pizzica e pane fatto in casa per i turisti del nord. Pompeo no. Lui ha piantato fichi d'India. Non avranno l'ombra dell'ulivo, ma sanno resistere al sole, e alla sete. Ogni mattina visita la nuova piantagione. Non parla molto ma a volte si ferma, al tramonto, e guarda l'orizzonte rosso di sangue. Qualcuno dice che aspetta un miracolo. Ma chi lo conosce bene sa che il miracolo lo sta già facendo, a modo suo.

Pompilio Parzanese