MILITARI ITALIANI INTERNATI

Elio Biagini (1923 - 2005), già ferroviere con la qualifica di Capo Treno e Sindaco revisore al DLF di Rimini, lasciò memorie sulle vicende che lo coinvolsero come militare nel secondo conflitto mondiale. In questo suo scritto si sofferma su fatti accaduti, siamo nel 1945, in quello che fu il suo ultimo campo di detenzione "M. Stammlager 17/B Austria".

Una mattina nel piazzale del campo arrivò a tutta velocità un camion e mi fecero salire in tutta fretta con altri prigionieri. Il mezzo ripartì velocemente senza che nessuno di noi riuscisse a sapere nulla. Lasciammo un bosco, attraversammo un paese e ci inoltrammo in una boscaglia che s'infittiva sempre più a mano a mano che procedevamo. Superato il bosco in una radura, la guardia ci fece scendere. Notai che il terreno era molle e poco distante vidi un aereo da caccia con la carlinga conficcata nel terreno e la coda rivolta verso il cielo. Ci consegnarono dei badili e ci ordinarono di scavare. Il terreno era torboso e dopo due ore di scavi apparve la cabina con il pilota, morto, giovanissimo.

Il nostro lavoro era terminato e in sostanza inutile. Il sabato i contadini ci venivano a prelevare per i soliti lavori bracciantili, terminati i quali ci consegnavano un modesto pacco viveri. Il loro atteggiamento stava cambiando: passando dalla fiera baldanza per una sicura vittoria a una tristezza crescente, ormai evitavano di parlare di fatti di guerra. L'inverno se ne sta andando, i pini non erano più coperti di neve, l'aria era meno rigida: la primavera bussava alle porte.

Un giorno, mentre tutti erano al lavoro, i compressori che alimentavano i martelli pneumatici improvvisamente si fermarono e nel campo scese un silenzio assoluto. Non molto lontano si sentì un rumore prodotto da altri compressori. Ci interrogammo su chi vi lavorava e da dove provenissero questi rumori. Decidemmo di andare a vedere e mi offrii volontario. Seguendo il rumore prodotto dai compressori mi inoltrai nel bosco fino a quando non arrivai ai limiti di una cava simile alla nostra. Mi avvicinai e vidi uomini e donne che avevano impressa, sulla schiena della tuta che indossavano, la stella di David. Erano ebrei e parlavano italiano.

Mi feci notare con un cenno e una donna mi si avvicinò spiegandomi di essere milanese e di essere stata deportata con il marito perché ebrea. Mi fece presente del loro stato: duro lavoro, tanta fame, solo poche patate una volta il giorno.

Elio Biagini