UNA STORIA PERSONALE DI RISALITA SOCIALE

Vincenzo Santolini, deceduto nel 2020, rappresentò per decenni un'eminente figura della politica nel comune di Coriano. Contraddistinse la sua esistenza con un pervicace impegno politico e sociale. Raccolse in un libretto le memorie di un amico: Guido Ceccarelli, in questo breve racconto ne descrive gli anni successivi al suo matrimonio.

Una settimana dopo il mio matrimonio, il 26 dicembre 1956, avvenne quello di mia sorella Serafina e, nel giro di tre anni, anche quello di altri due miei fratelli. Mia moglie rimase subito incinta, continuò a lavorare fino al lieto evento. Arrivò il mese di ottobre, mia moglie finiva il tempo e, una sera mentre stava facendo la piada, arrivarono le doglie. Era un mercoledì circa le sette di sera. Chiamammo l'ostetrica che decise per il ricovero all'ospedale di Rimini. Nacque nella notte e pesava kg 3,7, ero molto preoccupato perché mia moglie era molto magra, per fortuna andò tutto bene.

In quell'anno, il 1957, vicino al comune di Coriano, nella Repubblica di San Marino, ci fu un colpo di stato contro la reggenza Socialcomunista, favorito dal Governo Italiano che cinse in assedio, con proprie truppe, la Repubblica del Titano. La turbativa durò qualche mese, noi avemmo tanta paura, si pensava ai momenti brutti della guerra, ma tutto finì con un accordo fra le parti in causa.

Le mie condizioni di vita, rispetto a un decennio precedente quando ero ancora un garzone sfruttato per pochi spiccioli, con soli doveri e senza diritti, in un podere nelle campagne di Lugo, erano cambiate notevolmente, in particolare sul piano del tenore economico. Questo era avvenuto grazie al reddito ricavato, come famiglia, dalla conduzione mezzadrile di un podere a Pian della Pieve. In quell'anno, mentre i miei fratelli presero altre strade, io con il mio nucleo famigliare e i miei genitori decidemmo di continuare a lavorare come mezzadri.

Nel 1959 i miei genitori decisero di andare ad abitare nella nuova casa di Riccione, realizzata in anni precedenti, e in quell'occasione decidemmo di suddividere la proprietà. Questa andò ai miei fratelli e sorelle, compresi i debiti non ancora estinti, mentre i miei genitori, per l'appartamento che andavano a occupare, avrebbero fatto con l'usufrutto. A me rimase la stima del podere, con tutte le attrezzature presenti. Io e mia moglie eravamo rimasti soli con mio figlio di diciotto mesi, tutti contenti e in salute, con pochi soldi, ma con una grande voglia di lavorare la terra.

Questa però era tanta e fummo così costretti ad assumere operai agricoli. Questi operai venivano a lavorare volentieri perché noi li trattavamo bene, io li rispettavo al massimo, perché mi ricordavo sempre il periodo tristissimo del lavoro di garzone.

Vincenzo Santolini