Il tempo dell'estate caldo e luminoso, i colori vivi della natura, la luce abbagliante, i suoni, gli odori dell'aria che portavano il sapore del mare, ha fatto nascere in me la nostalgia di un pomeriggio di agosto, di tanti anni fa. Abitavo allora a Rimini, vicino al mare. Proprio vicino alla via principale, detta dei tram, oltrepassata la quale si stendeva la spiaggia e la distesa verde azzurra delle acque. Gli abitanti di questo quartiere, si può dire che vivessero ogni anno due stagioni ben distinte l'anno: d'inverno nell'indifferenza e d'estate l'apertura verso gli altri.
Questa stagione diventava il grande trionfo della vita all'aperto e dell'accoglienza. Primo fra tutti, per questi cambiamenti, era il mese di agosto con la festa dell'Assunta. Il sole brillava sempre alto, il caldo aiutava a scoprirsi, a uscire da casa e le differenze tra le persone sembravano sparire. Io osservavo questi cambiamenti e, per l'esperienza degli anni passati, temevo quell'euforia che vedevo crescere man mano che si avvicinava il 15 agosto.
Anche i miei genitori subivano questa nuova atmosfera, erano più disponibili e sorridenti. Io, in cuor mio, tremavo perché conoscevo quello che da qualche anno succedeva dopo le grandi abbuffate del pranzo di ferragosto. Il segnale era la sfida della grande cocomerata. Io stavo in casa in attesa che tutto finisse, che le risate morissero in gola e aspettavo con ansia, come ogni anno, che qualcuno gridasse: Chi vuol fare una partita? Accaldati, rimpinzati, soddisfatti per avere ancora una volta onorato il ferragosto, un gruppetto ripeteva come da copione, Chi vuole, ci troviamo in giardino della Pina che c'è l'ombra.
Mia madre si avvicinava a mio padre e tirandogli la camicia gli diceva: Mi avevi promesso che quest'anno non ci saremmo andati. Non possiamo mancare replicava a bassa voce, Tutti penserebbero che non abbiamo i soldi e che l'anno scorso ci è bastato come lezione. Infatti torniamo a casa rispondeva mia madre. Ma mentre discutevano già i primi passi li portavano verso il giardino della Pina (pensionata milanese, agguerrita giocatrice, oltre a essere la padrona del giardino con relativa ombra). Io rimanevo indietro con l'ansia e la paura di rivivere le situazioni precedenti: perdere i nostri pochi soldi e sentire discutere, discutere.
Mi ripetevo: Vado a vedere come va la partita o non vado? Sapevo che l'allegra brigata giocava al piattello, una specie di scala quaranta, dove i soldi che si puntavano erano messi al centro del tavolo e chi vinceva ritirava il bottino. Spinta dalla curiosità, ma soprattutto dalla preoccupazione, mi sono avvicinata e riparata dietro una siepe a guardare i giocatori. C'era silenzio, parlavano solo gli occhi che si muovevano a destra e a sinistra per studiare le mosse dei compagni. Mia madre seria, teneva strette le carte e ogni tanto alzava lo sguardo verso mio padre. Lui aveva le spalle dritte, rigide, stava immobile come un animale che punta la preda. Non stava fumando, cosa per lui quasi impossibile e con la mano sinistra spostava le carte, le riordinava a ventaglio ogni volta che ne pescava una dal tavolo.
Nel mezzo, uno sopra l'altro, c'era un bel mucchietto di soldi. La partita era ancora nel vivo! Da dove mi trovavo non potevo di certo contarli e questo mi faceva male pensando a quanti sacrifici avrebbero dovuto fare se perdevano. Perché la mamma non era stata più energica? Non avrebbero dovuto essere lì poiché sempre gli ripeteva: Tu non vai al bar a giocare per non prendere il vizio delle carte che rovina le famiglie. In casa nostra non c'era un mazzo di carte neanche a pagarle oro. Noi sapevamo il motivo: la famiglia della mamma, zii e padre avevano perso una fortuna; un'intera frazione di Cesena portava, e porta ancora il loro cognome, ma di queste proprietà non era rimasto nulla. Se vado al bar è solo per bere un bicchiere e cercare lavoro, lo sai che solo parlando si conoscono le persone e da cosa, nasce cosa.
Mi sono ritirata sulla strada, seduta su un muretto ad aspettare. Non era passato molto tempo che ho cominciato a vedere andar via prima un giocatore, poi un altro. Le partite erano sicuramente finite, ma come? Poi li ho visti venire avanti con passo abbastanza veloce e la mamma stava discutendo! Dicevi che non giocavi, che andavi al bar per lavoro! Sì, tutte scuse ed io ti credevoTi ho visto oggi come giocavi, come tenevi le carte e come le mischiavi da vecchio giocatore! E io che mi fidavo! Era proprio adirata. E lui? Ricordati sempre che sono fedele in amore e anche nelle carte. Io andavo, sì, al bar ma prendevo una sedia, mi mettevo dietro un giocatore e studiavo le mosse. Ho imparato molto, mi sono preparato per la partita di ferragosto.
Ma insomma avete vinto o perso?. Chiedilo a tua mamma!. Allora?. Abbiamo vinto grazie al tuo babbo ma ti assicuro che questa sarà l'ultima volta. Non ti fidi ancora?. Non mi fido delle carte che sono spinte dalla fortuna e noi ne abbiamo sempre avuta poca. Ma ci siamo incontrati, amati, sposati, non ti basta? Buon ferragosto, sarai sempre la mia stella. Il cuore mi si è sciolto, finalmente mi godevo la festa ma soprattutto la certezza che, anche se avessero perso, non avrebbero mai smesso di amarsi. Sarebbero sempre stati il mio riferimento per vivere la fiducia, la fedeltà, il rispetto soprattutto nei momenti in cui i caratteri dimostrano la propria diversità, perché anche la complicità è amore.
Paola Celli