Benito Colonna (Toni), Rimini 1937 - 2024, già Macchinista FS, ha lasciato memorie scritte sui suoi trascorsi di vita. In questo caso si sofferma sullo sviluppo balneare e sugli usi, costumi nel suo borgo natio, la frazione comunale di Rivabella.
Già negli anni cinquanta il turismo a Rimini si delineava come un'attività con buone prospettive per i giorni a venire. A Rivabella invece non aveva ancora assunto la fisonomia di un lavoro vero e proprio. Erano state assegnate in concessione a privati zone d'arenile di proprietà del demanio, che all'epoca solo pochi villeggianti frequentavano. Era un turismo in fase embrionale. Trascorsero pochi anni e la situazione cambiò radicalmente anche su questo tratto di costa. Le abitazioni erano scarse e di piccole dimensioni. Le attrattive artificiali, salvo qualche pista da ballo, quasi nulle, perciò il luogo era indicato per chi cercava pace e tranquillità.
Il boom economico, dell'Italia che cambiava, diede impulso alla zona. Coloro che provenivano dalle grandi città industriali, trovavano qui, più che in una Rimini ormai affollata, l'opportunità di trascorrere una vacanza rilassante, necessaria per affrontare con serenità un altro anno di duro lavoro. Gli affezionati bagnanti ritornavano anno dopo anno, come la rondine, alla stessa casa. Si instaurò così, fra gli ospiti e i locali, un duraturo rapporto d'amicizia.
Dove erano gli orticelli assolati sono sorti alberghi e piscine. Dove si trovavano catapecchie e piccole case ora sfoggiano ville e condomini. Le strade del paese erano tutte bianche, segnate al centro da terra battuta, ai lati erano ricoperte normalmente da trifoglio e lateralmente da siepi e non di rado da ortiche. Il manto erboso di trifoglio conteneva una variegata varietà di vita composta di variopinte farfalline, cavallette dalle ali blu o rosse, cantanti cicale, grilli e mille api ronzanti.
Quelle strade che, oggi tutte asfaltate, ci appaiono troppo strette, con interminabili file di automobili, un tempo erano considerate larghe perché il traffico era costituito da poche biciclette e qualche raro barroccio. In quegli anni lontani sulla via, spesso, si potevano osservare oche, anatre e tacchini al pascolo. Per distinguere i propri animali, che tendevano a imbrancarsi, i proprietari legavano loro, a una zampa, un fiocco di stoffa colorata. Era una pratica comune; come quella di rinchiudere, un poco prima della macellazione, le bestiole in un luogo buio e ingozzarle a forza con massicce dosi di granoturco e ghianda. Restando ferme nell'oscurità finivano per diventare belle grasse, pronte per le feste Natalizie.
Le poche automobili di quel tempo, scampate al conflitto, erano in prevalenza Balilla e Topolino. Al loro passare si alzava un bel polverone. Le moto erano Gilera e Guzzi. Solo con l'inizio della ripresa economica fecero la comparsa mezzi nuovi, come la Fiat Giardinetta e le motorette Vespa e Lambretta. Era il tempo della gloriosa Mille Miglia. Un'ala di folla plaudente ai bordi della strada assisteva al passaggio dei rombanti bolidi. Noi ragazzi ci mettevamo in osservazione nei punti strategici: alle Celle, lungo la via Emilia, per vedere le prodezze in velocità sul tratto di strada diritta, oppure in prossimità del ponte di Tiberio, per osservare la tecnica con cui era affrontata la curva sul cui lato esterno erano state poste balle di paglia per far fronte agli inconvenienti di eventuali sbandamenti. Si era attenti al passaggio di tutti i concorrenti, ma un brivido particolare si provava al passaggio dei campioni, specialmente i più conosciuti e amati, come Ascari, Villoresi e altri, senza parlare poi del più grande, del più spericolato: il leggendario Nuvolari.
Benito Colonna