Nel 2004 l'insigne storico scrittore concittadino Manlio Masini diede alle stampe un libro (Panozzo Editore) che dedicò al suocero Cesare De Terlizzi, già ferroviere macchinista di cui in vita aveva ammirato il suo acceso impegno sociale, speso per l'affermazione di una più equa giustizia sociale. Di quei racconti si è ripreso, per la sua singolarità, quello che lui descrisse nel giorno delle esequie.
I funerali si svolsero nel pomeriggio del 17 maggio 1980. Cesare era morto il giorno prima, dopo una lunga inesorabile malattia. Aveva 63 anni e alle spalle un passato da ferroviere macchinista e da militante del sindacato. Un ruolo quest'ultimo svolto sia nell'ambiente di lavoro che nelle pagine di alcuni giornali di categoria in particolare in quelle della La Locomotiva.
Il suo fu un funerale di altri tempi. Del tutto simile a quelli che si celebravano in Romagna tra Ottocento e Novecento: senza messe e benedizioni. E soprattutto senza preti. Le sue ultime volontà, Cesare De Terlizzi, le aveva più volte espresse agli amici e ai familiari e per essere sicuro che fossero rispettate le aveva scritte persino su un pezzo di carta che custodiva nel cassetto del comodino.
In quella busta, da aprirsi dopo la sua morte, le disposizioni testamentarie erano precise: il funerale doveva svolgersi in forma civile e senza fiori; unica eccezione un mazzo di garofani rossi sulla bara. L'eventuale somma raccolta doveva essere consegnata direttamente a una famiglia bisognosa o a qualche derelitto, senza l'intervento di organizzazioni religiose. Parole chiare, che non potevano essere equivocate e che i congiunti - la moglie Giorgia Sammarini e le figlie Grazia e Fiorella - avevano esaudito alla lettera.
Cesare, tuttavia, se da una parte rifiutava di entrare in chiesa, dall'altra ci teneva a fare sapere che non era un miscredente. In questo foglietto lo aveva sottolineato: Desidero che un piccolo crocifisso semplice sia posto tra le mie mani. Questo per dimostrare che non sono ateo. Sarebbe troppo comodo giudicarmi tale, mentre invece la mia è solo una protesta verso quegli uomini e quella società che nel nome di Dio, ingannano Dio stesso, e tutti coloro che in buona fede credono.
Niente sottana nera, dunque, solo un lungo e silenzioso accompagnamento funebre dalla clinica Villa Maria al cimitero. Dietro al feretro c'era una gran folla. Un migliaio di persone, forse di più. E tra queste tanti ferrovieri con garofano rosso all'occhiello stretti attorno alla bandiera del Sindacato Ferrovieri Italiano (S.F.I.), il vessillo per il quale Cesare aveva combattuto tutte le sue battaglie di civiltà.
All'incrocio tra le vie Matteotti e Bissolati il corteo si fermava ed Elio Conti, macchinista e amico di Cesare, improvvisava un'orazione funebre. Poche, essenziali parole per ricordare il collega e il compagno di lotta, mentre il traffico automobilistico, totalmente bloccato sulla strada, dava con i clacson segni di insofferenza.
La Redazione