Barbara e Vincenzo Santolini hanno raccolto in un libretto le memorie di Guido Ceccarelli, di Montetauro di Coriano, classe 1926. Qui se ne riporta una prima parte da cui si comprende come, nell'anteguerra, la povertà fosse diffusa nelle nostre campagne.
Io, Guido Ceccarelli, sono nato nel comune di Coriano, frazione di Montetauro nel 1926, dove vissi. La famiglia era composta da mio padre, mia madre e noi sei figli (tre maschi e tre femmine). La casa colonica dove abitavamo aveva a piano terra: cantina, stalla, portico, forno, magazzino, pollaio e porcile; vi si trovava anche la scala che conduceva al piano superiore dove c'erano tre stanze da letto, la cucina con il fuoco quasi sempre acceso, il lavello di pietra per gli usi domestici. Si usava l'acqua del pozzo. La casa era priva della luce elettrica e dell'acqua corrente. Come gabinetto, all'esterno della casa vi era un piccolo recinto formato da canne, al cui interno c'era una buca. L'illuminazione era fornita da lumi a petrolio e ad acetilene. Il letto dove dormivo aveva il materasso riempito con foglie di granoturco mentre il cuscino era riempito con le penne dei polli.
Eravamo una famiglia di piccoli mezzadri con un terreno di dodici tornature, la cui proprietà era di una famiglia di Saludecio. Io ero il più grande dei maschi; i miei genitori mi avevano in considerazione per il mio impegno nel coadiuvarli nel lavoro. Da bambino frequentavo la scuola con poco profitto, rimanere nell'aula chiuso per ore era per me un sacrificio enorme. Nell'anno 1936, scoppiata la guerra d'Africa, mio padre Giuseppe fu richiamato, per un mese, nei carabinieri. Era orgoglioso di indossare quella divisa.
Sempre nel 1936, quando avevo solo dieci anni, incominciai a lavorare, nel periodo estivo, fuori di casa. Per questo mi trasferii a Montescudo presso un podere della famiglia Parma, detti anche Rusul. Mi volevano bene; il lavoro consisteva nell'assistere il padrone nell'aratura del terreno, tenere in ordine, pulire e alimentare il maiale. Nel mese di settembre ero incaricato della sorveglianza al vigneto, per evitare che rubassero l'uva. La guardia non era facile, c'erano sempre bambini, anche di età inferiore alla mia, e donne, i cosiddetti Casanol, persone che non avevano la terra, che riuscivano nell'intento di prendere piccoli grappoli, che poi mangiavano con la piada o il pane. Tanta gente soffriva la fame.
La sera, al termine del lavoro, mi toglievo la maglia e con le unghie uccidevo pulci e pidocchi di cui ero infestato, poi mi lavavo in un catino, con l'acqua del pozzo, utilizzando il sapone fatto in casa, con ossa e grasso del maiale. Come pasto c'erano sempre le stesse cose: piada, insalata, un uovo sodo, un po' di fagioli, una mela e un grappolo d'uva. Quando la sera mi coricavo, ero stanchissimo. Di mattino, ci si alzava che era ancora buio e si continuava ad arare la terra, durante una sosta si beveva una tazza di latte con un pezzo di piada secca, rimasta dalla sera precedente, e più tardi la padrona mi portava a volte un uovo fresco da bere; il guscio dovevo però seppellirlo, perché non se ne accorgesse sua suocera che era contraria.
Presso la famiglia Parma lavorai, nel periodo estivo, per tre anni; la paga percepita era modesta, ma ricevevo in regalo anche un paio di sandali.
Guido Ceccarelli