PADRE MARELLA

Molti di noi, ferrovieri riminesi, abbiamo lavorato a Bologna, sede della nostra direzione compartimentale (almeno cos= si chiamava ora non lo so). Sicuramente tanti avranno sentito parlare di Padre Marella. L'ho conosciuto personalmente e la sua vita è stata talmente eccezionale che ho pensato di raccontarla, per chi già non la conoscesse, sul nostro giornalino. A mio parere, in tempo egoistico come quello attuale, leggere la storia di un uomo assolutamente eccezionale, possa far vivere emozioni particolari e provocare in noi qualche riflessione positiva.

Olinto Marella, nasce a Pellestrina (VE) il 14 Giugno 1882 da famiglia agiata, il padre medico condotto e la madre insegnante. Già da piccolo, si dimostra incline alla vita ecclesiastica, grazie alle particolari cure dello zio Monsignore Giuseppe Marella, parroco a Chioggia. Frequenta il Seminario maggiore Romano, dove ha come compagno di studi Angelo Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII. Si laurea in teologia e viene nominato sacerdote il 7 Dicembre 1904.

Torna a Pellestrina nel 1905, dove il vescovo di Chioggia, gli da l'incarico di docente, presso il locale seminario. La sua dedizione verso il prossimo gli fa fondare, insieme al fratello Tullio, un ricreatorio e giardino d'infanzia per i figli dei pescatori, mettendo loro a disposizione alcuni locali del palazzo paterno, trasformandoli in aule scolastiche e locali di ricreazione. Si vota così al riscatto e alla rinascita di Pellestrina, liberandola dall'antico analfabetismo e dalla carenza di scuole.

L'iniziativa popolare e benefica fu ben vista dai poveri dell'isola, ma in quel periodo di clima politico avvelenato, appariva di ben altro segno alle superiori sedi. Il suo metodo pedagogico era caratterizzato da una maggiore libertà rispetto agli obblighi e il suo comportamento era sempre in difesa dei più deboli. Morto lo zio, iniziò a essere considerato un sacerdote modernista, quindi scomodo. Con l'avvento del nuovo Papa San Pio X, il clima nella Chiesa cambiò. Con l'intento di combattere il modernismo, il pontefice pubblicò nel 1908, l'Enciclica Pascendi.

Ci furono molte ribellioni e defezioni fra i sacerdoti, tra i quali un vecchio amico di Marella, Romolo Murri, il quale iniziò così a dedicarsi alla politica, per cui nel 1909 venne definitivamente scomunicato. In seguito alla scomunica si recò a Pellestrina dal vecchio amico e don Olinto lo ospitò per alcuni giorni in casa sua. La cosa si seppe e Don Marella venne sospeso a Divinis per quindici anni con divieto di accostarsi ai sacramenti. Per Olinto fu un duro colpo. Non potendo più esercitare il ministero sacerdotale, si organizzò per diventare insegnante.

Durante la prima guerra mondiale, lasciò la sua Pellestrina per arruolarsi nell'esercito italiano e fu soldato di sanità nell'ospedale territoriale di Bologna. Durante il servizio militare, riuscì a ottenere altre due lauree, una in storia e filosofia l'altra in magistero, oltre a quella già conseguita, in teologia. Dopo l'armistizio, nel 1918, iniziò a insegnare in varie scuole statali italiane. A Rieti fu insegnante di Indro Montanelli, il quale disse di lui: A Marella non interessava tanto la cultura, quanto l'uomo. Disse anche: Ero molto invidioso, perché avrei voluto essere come lui. Era una persona irraggiungibile, un vero santo.

Nel 1924 Olinto giunse a Bologna, che non avrebbe più lasciato, dove gli fu assegnata la cattedra di storia e filosofia al prestigioso liceo Galvani, che mantenne fino all'età della pensione nel 1948. Il 2 Febbraio 1925, il cardinale di Bologna Nasalli Rocca, gli toglie la sospensione A Divinis. Lo riabilita e lo accoglie nella diocesi di Bologna dove può finalmente esercitare il suo sacerdozio, divenendo in breve fulgido esempio di Apostolo, soprattutto nella periferia della città, tra i poveri e i derelitti.

Negli stessi anni accoglie in casa sua in via San Mamolo dieci piccoli bambini orfani, dove trovano rifugio anche alcuni perseguitati politici. Durante la seconda guerra mondiale, aprì mense, accolse orfani abbandonati, raccolse indumenti e cibo. Nel 1939, rischiando di persona, raccolse nella sua casa rifugiati ebrei, salvandoli dalla deportazione. Dalla deportazione stessa, salvò una trentina di soldati, rischiando lui stesso la fucilazione. Nel 1948, padre Marella riuscì a ottenere dalla nettezza urbana di Bologna un magazzino dismesso in via Piana, dove fondò La città dei ragazzi, per assistere i ragazzi abbandonati. (la sede fu poi trasferita definitivamente a San Lazzaro di Savena a pochi chilometri da Bologna, dove tuttora si trova L'opera di Padre Marella).

Per sostenere queste iniziative, impiegava totalmente il proprio stipendio, poi la pensione, ma ovviamente essendo ampiamente insufficiente, si fece mendicante con lo scopo di chiedere l'elemosina per i suoi ragazzi. Sceglie una cattedra di umiltà da quell'angolo di strada o sotto i portici di Bologna, dove arroccato su quell'umile sgabello, lancia un penetrante messaggio a tutti i passanti: non si può restare indifferenti di fronte a chi soffre. Per questi motivi la sua fama di santità cresce davanti agli occhi del popolo ma, per alcuni suoi confratelli sacerdoti, è un personaggio da tenere sotto controllo, perché troppo evangelico e poco canonico; infatti, finché è stato in essere il famoso Sant'Uffizio, veniva richiesta annualmente una relazione scritta al vescovo di Bologna, sul comportamento di questo sacerdote troppo originale e innovatore.

Il 6 Settembre 1960 Papa Giovanni XXIII scrive una lettera al cardinale Lercaro a favore dell'opera assistenziale del mio carissimo amico Don Marella inviando un milione di lire. Fu traduttore di molti libri, ricevette vari riconoscimenti, fu autore di tante altre opere di beneficenza, ma i bolognesi lo ricordano soprattutto per la sua presenza in vari angoli della città durante tutte le stagioni, seduto sul suo misero sgabello con il classico basco in mano, a chiedere l'elemosina per i suoi ragazzi. Riconoscibile anche dalla folta barba e dalle simpatiche orecchie a sventola

.

Il 6 Settembre 1969, all'età di 87 anni, si spegne nelle sua cara città dei ragazzi, in San Lazzaro di Savena, dove, su suo desiderio, verrà sepolto per essere sempre vicino ai suoi protetti. L'opera Don Marella è tuttora attiva in quella città e capita ancora oggi di trovare in vari angoli di Bologna, un frate che chiede l'elemosina per I ragazzi di Don Marella.

PS. Ho voluto ricordare, con queste righe, quel sant'uomo di Don Olinto Marella, che ho conosciuto personalmente durante gli anni che ho vissuto in quella bellissima città. Abitavo in via Piana, dove lui ha fondato la sua prima città dei ragazzi. Mi recavo a Messa lì vicino, in quella piccola chiesa di via del Lavoro, dove spesso lui celebrava. Lo ricordo anche sotto i portici in via Indipendenza, in quelle serate invernali, seduto sul suo sgabello, cappello in mano, al freddo, a volte anche mezzo addormentato.

Lo vedevo anche fuori dalla stazione, sempre per lo stesso motivo. Finalmente la Chiesa si è ricordata di lui. Infatti, il 27 Marzo 2013, Papa Francesco ha pubblicato il decreto che lo dichiarava Venerabile. Il 4 Ottobre 2020 è stato celebrato Beato.

Da Wikipedia: La beatificazione è, nel cattolicesimo, l'atto mediante il quale la Chiesa riconosce l'ascensione di una persona defunta al Paradiso e la conseguente capacità di intercedere a favore di fedeli che lo pregano (attraverso i miracoli).
Ora, al di là di come la si pensi, un uomo di tale spessore, essendosi egli prodigato per tutta la vita per il bene degli altri e soprattutto per i ragazzi orfani, dando tutto se stesso anche materialmente, non ne ha già fatti tanti di miracoli in vita? Per dichiararlo beato, occorre la dimostrazione di un miracolo post mortem?

Filippo Vannini