Ormai lasciata alle spalle un'estate caratterizzata dalla presenza di questa pandemia che, se pur in maniera attenuata, non accenna però a scomparire.
Dal punto di vista del meteo è stata un'estate nella norma a parte un agosto che ha visto giornate con alte temperature. In quei giorni particolarmente caldi mi sono tornati in mente i tempi in cui prestavo servizio come macchinista e ci si trovava a svolgere servizio in condizioni veramente difficili. (di aria condizionata in cabina non se ne parlava ancora).
Un'estate caldissima fu quella del 1983, tantissimi giorni con temperature insopportabili. Sul lungomare un'umidità pazzesca, ho il ricordo di diverse persone camminare proteggendosi dal sole con ombrelli. Alla mia Vespa, che usavo per recarmi in servizio, avevo rimesso il parabrezza per proteggermi dalle ventate di calore! Di quell'anno una giornata veramente dura rimasta nella mia mente fu vissuta insieme a Vandi Anselmo con il quale facevo coppia in quel periodo.
Il servizio prevedeva la condotta di un treno merci diretto allo scalo di Bologna Ravone, partenza da Rimini attorno mezzogiorno, il che è tutto dire, un tempo di percorrenza di circa tre ore in quanto si doveva dare delle precedenze ai treni viaggiatori. Anselmo e io eravamo ben consapevoli della giornata tosta che ci aspettava. Un paio di bottigliette d'acqua per ristorarci, tovagliolini di carta per asciugarci il sudore e proteggersi le mani quando si toccavano le parti metalliche infuocate.
Subimmo lungo il tragitto anche qualche precedenza in più del previsto e così si accumulava ritardo e si allungava la nostra permanenza sul locomotore dove la temperatura, specie a macchina ferma era veramente insopportabile. Alternandoci alla guida, in quanto quella parte era la più esposta al sole, si raggiungeva con sofferenza Mirandola, qui approfittando della fermata ci mettemmo in collegamento col Capostazione per avere informazioni sul tempo di attesa alla partenza e se Ravone avesse problemi a riceverci.
Il Dirigente ci comunicò che da lì a poco saremmo ripartiti e che poi ci avrebbero fatto entrare nello scalo merci alla svelta. Mirandola era l'ultima stazione prima di essere immessi sulla così detta linea di Cintura di Bologna, poi si trovavano ancora 3/4 segnali di protezione di bivi e buon ultimo il segnale di ingresso di Ravone. Malgrado le promesse ancora un'inspiegabile lunga attesa, poi finalmente si riparte.
La marcia fu un vero calvario, non trovammo un segnale a via libera e così il calore dato dal reostato sollecitato dalle continue ripartenze si accumulava volta per volta a quello esterno. Acqua finita e in cabina poco dialogo perché anche il solo parlare ci costava fatica. Si raggiunse finalmente il segnale di protezione di Ravone, ancora purtroppo a via impedita, ma pensammo che ormai fosse fatta, ignari che invece il peggio doveva ancora arrivare.
L'attesa del disporsi del segnale per l'ingresso cominciò a essere veramente snervante, il calore che avevamo addosso aveva raggiunto livelli preoccupanti, ormai non si sudava nemmeno più. Prolungandosi la fermata scesi a telefonare per avere notizie. Fuori dal locomotore provai ingenuamente a vedere se all'ombra dello stesso ci fosse un poco di sollievo. Niente da fare, i sassi della massicciata erano pietre roventi. Raggiungo la garitta del telefono e brutta sorpresa: l'apparecchio gracida o poco più. Con la speranza di essere almeno sentito, urlo, per quel po' di voce rimasta che ci facessero entrare perché noi eravamo veramente sfiniti.
Risalii sul locomotore e la mia faccia bastò ad Anselmo a risparmiare il fiato per chiedere come fosse andata. Ormai disidratati pensammo anche di chiedere soccorso, ma in che maniera? a chi? Il luogo dove eravamo fermi era totalmente isolato, solo pietre, cave dismesse, cumoli di macerie, binari abbandonati. La stazione era distante meno di un chilometro ma era da folli pensare di andarci a piedi sotto quel sole camminando in mezzo al binario. Ci attaccammo più volte al fischio e alla tromba del locomotore per richiamare l'attenzione della stazione.
Finalmente, dopo un'attesa infinita, ecco l'agognata apertura del segnale. Partiamo e ci fermiamo come al solito davanti all'edificio dei Dirigenti, ci prepariamo a consegnare i documenti e a ritirare come di norma i fanali di coda treno. Non vedendo anima viva mi affacciai dal finestrino della cabina per richiamare l'attenzione di qualcuno ed ecco giungere sorridendo, sorseggiando una bibita, con l'aria più tranquilla del mondo un tizio che mi chiede che treno fossimo!
Per la sorpresa non riuscii neanche a rispondere subito! Ma come è una eternità che siamo fermi al segnale di protezione della tua stazione e non sai che treno è?!?! Noi siamo a pezzi e tu arrivi tranquillo, tranquillo e invece di accelerare tutte le cose da fare per farci scendere da questo inferno ti presenti così! Ma ci prendi in giro?! Vedendo e sentendo tutta la scena Anselmo a quel punto perse la calma come non avevo mai visto. Cominciò a urlare al tizio tutta la sua rabbia, minacciandolo di ogni cosa, gli lanciò addosso tutto il pacco documenti mancandolo per un pelo!
Uscì poi dall'ufficio il Dirigente che, vista la situazione molto tesa, dispose lo sgancio del locomotore e il rapido invio in Deposito. Qui giunti prendemmo d'assalto la fontanella dell'acqua e ne uscimmo come ci fossimo immersi in una piscina! A quel punto ripreso un poco le forze Anselmo mi confessò di avere veramente perso la testa. Lo rincuorai dicendo che l'atteggiamento di quel tizio risultò intollerabile.
Poi scherzando me ne uscii con una frase che è rimasta nella sua memoria. Anselmo quando ci si incazza lo si deve fare con calma! Ancora oggi quando ci si incontra, Anselmo, sorridendo, ricorda quella frase e mi richiede come ci si deve comportare. Con calma Anselmo, con calma! E giù a ridere!
Luciano Caldari