Il borghigiano riminese della Castellaccia, via dell'Ospedale, Franco Fontemaggi, classe 1930, ha lasciato un racconto riferito al periodo bellico e l'immediato dopoguerra. Tempi terribilmente difficili.
Col primo bombardamento con la mia famiglia andammo a sfollare a Morciano. Mio zio trasportò i letti e poche masserizie con un carretto trainato dal suo bel cavallo bianco. Ma anche lì non fummo al sicuro perché i tedeschi avevano dirottato i loro convogli (bersaglio degli aeri alleati) sulle strade interne anziché lungo il litorale. Durante un bombardamento una bomba esplose a pochi passi da me, fortunatamente dietro l'angolo di casa.
Allora mio padre decise di spostarsi più in periferia, verso la collina, dove scavammo una grotta nel tufo che elevammo a nostra dimora, vivacchiando come dei nomadi. Il fragore delle batterie alleate si avvicinava sempre di più, finché un giorno sulla collina ci apparve, avvolto nella polvere e dal sole settembrino, un carro armato dell'ottava armata.
Pochi giorni dopo tornammo a Rimini per ritrovare la nostra casa miracolosamente intatta. Il cortile di casa confinava, separato da un muro, con quello del Conte Zavagli, dove gli inglesi avevano installato una cucina da campo. Sentivamo il rumore dei bruciatori del forno e l'odore del pane. I neri del Sudafrica si erano collocati, sempre nelle vicinanze, sotto un portico pericolante nell'edificio dello IOR
.Cantavano i loro spiritual e con loro barattavamo delle bottiglie di vino (metà acqua!) contro cioccolato, sapone e sigarette. In una parte dell'Ospedale avevano trovato posto i palestinesi e la stella di Davide era dipinta sui muri.
Dehri, un palestinese, ci raccontava con enfasi di aver visto coi propri occhi, in Abissinia, le terre ancora nere dai gas che gli italiani avevano impiegato nella precedente guerra coloniale. I bombardamenti avevano distrutto tutte le case alla destra del porto, compresa la chiesa del leggendario San Antonio. I caterpillar poi avevano fatto un lavoro certosino, spostando montagne di detriti e, così, anche l'ultimo pervicace ciuffo d'erba sparì e su quello spazio desolante arrivarono centinaia e centinaia fusti di benzina e di petrolio.
Credo che qui venne l'intera ottava Armata a rifornirsi. Con una pompa azionata a mano estraevano dai bidoni il carburante, che maldestramente in parte cadeva al suolo. Qua e là presto si formarono piccole pozzanghere di liquido maleodorante. Io ne approfittavo per raccoglierne per i lumini: specie di lampade primitive che si fabbricavano utilizzando le scatolette rotonde delle Navy-Cut e un pezzo di corda per stoppino.
Non c'era più la centrale elettrica, molte linee erano state abbattute e malgrado ciò, sul calare della notte, le finestre delle case, rimaste ancora in piedi, si accendevano: era la luce tenue e traballante di quei lumini.
Nell'inverno del '45 ci fu l'epidemia di tifo, il ricovero Valloni fungeva da ospedale dove anche io, colpito da quel morbo, fui ricoverato. Padre Angelo, un frate con una lunga barba bianca e la voce cavernosa, veniva ogni mattina ad amministrare i sacramenti ai morti. Io me ne uscii per il rotto della cuffia. Dopo la quarantena tornai fra i miei compagni della Castellaccia
.Franco Fontemaggi