Ariodante Schiavoncini 1922 - 2013, ex partigiano, figura importante della politica riminese. Racconta, in questo suo scritto, le origini della sua famiglia e i tragici eventi che ne segnarono dolorosamente il percorso.
La mia mamma, nel 1918, alla fine della prima guerra mondiale, aveva trovato lavoro in una fabbrica di via Roma, situata presso il fiume Ausa. Lavava vuoti e imbottigliava birra e bevande. Quelle bottiglie contenevano una sfera di vetro; quando erano riempite, la pressione spingeva la sfera a chiuderne ermeticamente il collo. Per aprirle si spingeva con il pollice la sfera all'interno. Era una pallina molto ambita da noi ragazzi, più grande di quelle di terracotta e molto resistente, ma per recuperarla dovevamo rompere la bottiglia.
Palline che non era facile procurarsi... erano molto controllate dagli operai della fabbrica e considerate come le bottiglie speciali, perché i rivenditori dovevano rendere i vuoti oppure pagarli. Mia madre conobbe, durante il lavoro nella fabbrica di via Roma, l'uomo che sarebbe diventato suo marito e mio padre. Alto e robusto, aveva tredici anni più di lei, e lavorava come facchino al mercato ortofrutticolo all'ingrosso, a quei tempi in via Castelfidardo dove ora c'è il mercato coperto.
Una sua foto lo mostra seduto, mentre imbraccia una fisarmonica di cui era un appassionato suonatore. Purtroppo le poche foto di quei tempi sono andate disperse durante un'alluvione quando si abitava nella frazione cittadina della Barafonda.
La mia mamma raccontava come anni felici quelli trascorsi dal fidanzamento al matrimonio nel 1921, e quello della mia nascita, il 1922. Lentamente dimenticava l'infanzia dura, le difficoltà di una vita di stenti, l'influenza chiamata Spagnola, per colpa della quale aveva perso amiche e dei parenti. E anche il terremoto del 1916 che aveva lesionato la casa e costretto la sua famiglia e tanti altri riminesi a vivere nelle tende montate dall'esercito in piazza Malatesta dove ricordava le lunghe file per ricevere una scodella di minestra calda, una pagnotta di pane, un fiasco di petrolio per il lume e una coperta; come le corse in mezzo ai campi per fuggire da un bombardamento navale durante la prima guerra mondiale.
Con l'amore della maternità, mia mamma stava dimenticando quelle paure. Le difficoltà sembravano lontane. Nel 1923 è nata mia sorella Silvana, e la vita sembrava camminare su binari ancora più felici e tranquilli. Due figli, un marito con un lavoro sicuro, e lei che lavorando saltuariamente contribuiva al bilancio famigliare. Dalla vita non poteva chiedere di più. La dittatura che aveva assunto il potere con la violenza era però in agguato, i guai più tremendi stavano per abbattersi sulla famiglia.
Mio padre era considerato di famiglia sovversiva dal Regime Fascista. Come testimonia un documento datato 25 agosto 1871 a firma del sottoprefetto di Forlì Balzet, dove sono elencati i nomi di 27 riminesi che avevano creato l'Internazionale Socialista a Rimini, e per questo considerati facinorosi, due di questi portano il cognome Schiavoncini. A Rimini solo la mia famiglia ha questo cognome: se ne deduce che erano stati parenti di mio padre.
Il Regime Fascista lo incolpava di continuare a divulgare idee socialiste: era erede di menti che ai governanti facevano paura. Sicari fascisti avevano più volte cercato di sorprenderlo, ma erano state scaramucce senza conseguenze, una volta per l'intervento di amici, altre per la sua forza fisica. Per andare al lavoro mio padre si alzava alle tre di notte, e nel breve tragitto che doveva percorrere per arrivare sul posto di lavoro era sempre guardingo. Spesso i compagni di lavoro lo attendevano all'angolo di via Castelfidardo, sempre pronti a dargli una mano.
Dopo qualche anno senza incidenti sembrava che le persecuzioni fossero finite, e le sue cautele e quelle degli amici col tempo erano state allentate e poi abbandonate. Pareva che finalmente la famiglia potesse vivere una vita tranquilla, ma il Regime Fascista non aveva dimenticato. Un mattino del 1927 mio padre non è arrivato sul posto di lavoro. È scomparso in quelle poche centinaia di metri dalla casa al mercato; solo il suo berretto è stato ritrovato, a pochi passi da dove abitava. Di lui non si è saputo più nulla.
Il suo corpo non è stato mai ritrovato. Gli eroici sicari del Regime Fascista avevano vigliaccamente eliminato un sovversivo, un uomo colpevole di credere in ideali di libertà. Per diversi giorni mia madre ha girato per i comandi della Polizia e dei Carabinieri cercando di avere notizie, ma da tutti ha ricevuto risposte vaghe, quando non sconce e offensive, più derisa che ascoltata.
La scomparsa di un sovversivo non faceva notizia. Una giovane donna con due bambini piccoli, rimasti senza guida paterna e sostegno finanziario, non interessava nessuna autorità. In quei giorni di dolore la solidarietà degli amici e dei familiari l'hanno sostenuta nella sua disperazione.
Ariodante Schiavoncini