Il socio Benito Colonna, classe 1937, già macchinista delle Ferrovie dello Stato, nativo e tuttora abitante nella frazione di Rivabella, in un suo precedente articolo aveva raccontato dell'impressionante bombardamento Alleato subito dalla città la sera del 18 settembre 1944. Di quell'evento ci aveva fornito la sua testimonianza, rievocando i fatti e come ne uscì, con la famiglia, miracolosamente incolume. Quel poderoso intervento militare alleato venne interpretato dal padre di Benito come un'azione destinata a ripetersi e intensificarsi, mirata a indebolire le difese tedesche, preludio alla spallata per lo sfondamento del fronte. In previsione di questo scenario il padre, per evitare ulteriori pericoli, decise di fuggire con la famiglia verso nord.
Al mattino, caricate le cose indispensabili sulla bicicletta di mia madre, dopo averle tolto la catena per evitare di farsela requisire dai tedeschi in ritirata, ci dirigemmo in direzione mare. Sette chilometri a piedi. Ne vedemmo di tutti i colori: soldati ormai ridotti in malo modo, smunti, con la barba lunga, incolta, le divise lacere, feriti in quantità; insomma quel che restava di quella truppa un giorno orgogliosa, ora un esercito sconfitto, in rotta.
Arrivammo in prossimità del mare in quel di Igea Marina. Non potevamo fare altro che cercare un rifugio, ma chi ci avrebbe ospitati? Fortunatamente, ci vide un collega ferroviere di mio padre, un certo Pino. Chiamò mio padre: Colonna, ma dove stai andando? e mio padre di rimando: Ciao Pino, che piacere vederti; stiamo cercando un posto dove poterci fermare, ma sinceramente non so proprio come faremo. Mi sarei volentieri diretto verso casa mia, ma è zona militare occupata dai tedeschi e dai repubblichini, non mi azzardo. Pino, che era stato accolto nella casa di cura Sole e Salus, intercedendo presso la direttrice, riuscì a farci restare.
Non ci era stata assegnata una stanza, e assolutamente non parliamo di letti. Si dormiva dove si poteva, a volte su un pezzetto di materasso a terra che era un lusso da condividere con altri, altre volte, ed erano le più, seduti a terra con la schiena appoggiata alla parete. Seduti, perché in piedi costituivamo un possibile bersaglio per le schegge delle granate. L'unica possibilità di un poco di protezione dalle schegge era costituita da un materasso appoggiato alla finestra.
Si era in tanti. Una massa eterogenea di disperati, in attesa che il fronte si spostasse verso nord sorpassandoci così da trovarci in zona libera. Gli uomini se ne stavano nascosti in soffitta e solo di rado scendevano giù. Il rischio era grande: i tedeschi ritirandosi effettuavano dei rastrellamenti e se li avessero scoperti sarebbero finiti in Germania a lavorare o peggio.
Mi ricordo di una sera, era già sceso il buio della notte e non avevamo a disposizione nessun genere di illuminazione, mio padre e l'amico Pino erano scesi dabbasso; a un certo momento si accorsero che i militari tedeschi erano entrati nello stabile in cerca di uomini e non c'era più la possibilità di andarsi a rifugiare in soffitta. Mentre i militari cercavano con le pile accese, Pino si sdraiò sotto un materasso e donne e bambini vi si sedettero sopra cosicché per poco non lo soffocarono.
Mio padre non trovò di meglio che accovacciarsi sotto un tavolino, e donne e bambini si misero appoggiati e sopra lo stesso. I militari, non vedendo uomini, ma solo donne e bambini piagnucolosi, se ne andarono. Fortunatamente tutto andò per il verso giusto, ma con grande spavento e tanta apprensione da parte di tutti.
Una notte le truppe tedesche partirono sgombrando il campo e lasciando in funzione di contrasto all'avanzata alleata solo un'autoblindo e una postazione di mitragliatrici sulla spiaggia dove erano restati due soldati mongoli. Era poca cosa, ma sufficiente a tenere fermo il fronte. Come scese il buio, l'autoblindo sparava un colpo di cannoncino, poi si spostava; altro colpo, altro spostamento, continuando così tutta la notte. Riuscì con questo stratagemma a far figurare più postazioni di artiglieria, così che il fronte non si mosse per altri due giorni
.Nella trincea a mare i due mongoli al primo mitragliamento ravvicinato contro un esploratore alleato, motorizzato, non sbagliarono il bersaglio colpendo al ventre il povero ragazzo inglese, (riconoscibile dall'elmetto). Evidentemente tutta la scena era stata seguita dalla linea del fronte alleato perché, da lì a poco, nel luogo dove si trovava la mitragliatrice arrivò una selva di proiettili di cannone e, al diradarsi del fumo, altro non restava che un enorme cratere.
Il povero militare ferito, nel frattempo, si era trascinato a ridosso di un albero, appoggiando la schiena al tronco. Gli uomini che avevano seguito la scena, appena poterono, accorsero a soccorrerlo. Il poverino si reggeva le budella con le mani mentre il sangue usciva copioso dalle ferite. Purtroppo non c'era nulla da fare; spirò tra le braccia dei soccorritori.
Benito Colonna