Nel 1968 avevo 18 anni e durante il periodo estivo, al termine dell'anno scolastico, aiutavo mio padre all'ampliamento della casa dove abitavamo. Mi alzavo molto presto la mattina e nel tardo pomeriggio mi recavo con mia sorella al mare a Lido di Dante per fare il bagno. Mi ricordo che un giorno, arrivati in spiaggia in una zona libera distante dai bagni, poiché il mare era agitato con alte onde, rinunciammo a tuffarci.
A un certo punto si sentirono delle urla provenienti dal mare. Una donna si trovava in difficoltà e ogni tanto spariva fra le alte onde. Le sue urla avevano richiamato l'attenzione dei bagnanti in spiaggia. Vidi che due ragazzi si erano gettati in acqua e nuotavano nella sua direzione. D'istinto decisi di intervenire anch'io e per precauzione mi misi le pinne. Mi mossi nonostante mia sorella mi sconsigliasse perché mi sapeva stanco per la dura giornata di lavoro e per la lunga distanza da compiere per raggiungere a nuoto la donna.
Dopo una non breve nuotata raggiunsi i due ragazzi che, trovandosi in difficoltà, stavano tornando indietro; mi chiesero se proseguivo e io dissi loro che ci avrei provato. Chiesi però se, una volta arrivati a riva, potevano tornare con un moscone ad aiutarmi perchè mi sentivo già molto stanco e non ero sicuro di potercela fare da solo.
Continuando a nuotare, mi avvicinai sempre più alla signora e mi resi conto che era terrorizzata, piangeva e urlava disperata. Appena la raggiunsi, mi agganciò con entrambe le mani il collo, facendomi sprofondare sott'acqua. Con tutte le mie forze, aiutandomi con le pinne, riuscii a liberarmi dalla presa e, riemergendo, le urlai di prendere il mio braccio altrimenti l'avrei abbandonata. Così fece, ma purtroppo ben presto mi resi conto che trascinarmi dietro una persona con quelle condizioni di mare mosso era impossibile.
Cominciai ad avere paura di non farcela. A un certo punto non riuscii più a distinguere la riva e pensai di lasciarla al suo destino perché le forze mi stavano abbandonando. A ogni bracciata mi ripetevo che quella era l'ultima dopodiché avrei dovuto lasciarla per non rischiare di andare insieme a fondo.
Ero sempre più deciso a fare così quando mi sentii urlare di resistere. Stavano arrivando i soccorritori. Una volta che ci accostarono, raccolsero la donna sul moscone, e io mi lasciai andare trascinato dalle onde fino a riva.
Qui trovai mia sorella con gli occhi lucidi, scossa; mi aveva visto in serio pericolo perché a ogni onda sparivo alla sua vista. Lei, che non sapeva nuotare, si era sentita inutile non potendomi aiutare. Giunto sulla battigia, rimasi sdraiato mezz'ora, immobile. Ero privo di forze e non riuscivo più a muovere né le mani né i piedi. I ragazzi che erano intervenuti, mi chiesero se dovevano chiamare l'ambulanza, ma io risposi che volevo solo riposare per riprendermi.
La signora intanto, rinvenuta dallo shock, mi ringraziò. Non l'ho più incontrata, ma ogni volta che ritorno in quella spiaggia mi torna in mente quell'episodio.
Marino Masini