LA TREBBIATRICE
(La machina da bat)

Il socio Virginio Cupioli (Tonino), classe 1926, pensionato FS, già Capo Stazione Superiore, in questo racconto si sofferma su un aspetto di vita agreste del passato, descrivendo le fasi della trebbiatura.

Il padre nell'intento di guadagnare qualcosa in più comprò un furgoncino a tre ruote di bicicletta, fornito di un contenitore, per seguire in giugno e luglio la macchina trebbiatrice nelle aie delle case coloniche e mescere birra, vino, aranciate, gazzose fresche e vendere meloni ai lavoratori della trebbia. Occorreva informarsi e seguire giorno per giorno l'itinerario previsto. Nel furgoncino prendeva posto anche il figlio maschio più piccolo che aiutava nella vendita durante la sosta pranzo.

Sulle aie cumuli di covoni attendevano il passaggio della macchina per la separazione dei chicchi di grano dalla paglia e dalla pula. La trebbia era trainata da un motore trattore con puleggia montata su un asse rotante che trasmetteva il moto mediante cinghia ad altra puleggia sita nella trebbiatrice stessa, la quale metteva in movimento tutti i congegni interni, operando la battitura e facendo uscire i chicchi di grano, la paglia e la pula in luoghi diversi.

In alto, gli uomini a petto nudo slegavano i covoni e li inserivano nell'apposito boccaporto; tutti avevano gli occhiali e il cappello di paglia e, sudati e rosi dall'arsura, si dissetavano presso il furgoncino che si poneva in una zona fresca e ombrosa. Quando si raggiungevano i 100 quintali, il motorista azionava il fischio, così tutti capivano la quantità trebbiata.

Gli uomini addetti alla pula erano sudati e cosparsi di polvere attaccata alla pelle, lavoravano in silenzio mentre il motore rombava e il setaccio emetteva un rumore battente continuo. Normalmente la campagna di trebbiatura durava due mesi circa e aveva un gruppo di operai fissi al seguito. Le prime ore del mattino erano le più proficue perché era più fresco, poi con l'aumentare della calura gli occhi si arrossavano e il lavoro diventava sfiancante, lo sguardo degli uomini era rivolto verso il cumulo che calava, calcolando mentalmente il tempo occorrente per giungere all'esaurimento dei covoni.

Durante la sosta si stendevano all'ombra per un breve rifocillamento con pane, salumi, formaggio e vino, fino al richiamo del fischio che indicava la ripresa del lavoro e nell'avviarsi pareva che dicessero:
- Domani un altro giorno, un'altra aia, un altro contadino, serena la sera per chi ha lavorato - e nel cielo echeggiavano i trilli armoniosi delle numerose allodole.

Virginio Cupioli