Uno dei momenti più brutti in cui poteva incappare un macchinista durante il proprio servizio, a parte incidenti o investimenti, era la così detta richiesta di locomotiva di riserva. Ecco il racconto della mia prima volta, accaduta nel lontanissimo inverno del 1970 mentre svolgevo da fuochista un servizio per conto del deposito locomotive di Cremona.
Il turno cominciava nel primo pomeriggio e prevedeva di recarsi fuori servizio a Pavia per effettuare poi un treno viaggiatori di ritorno in sede. Insieme al mio macchinista mi presentai in deposito per dare la prescritta presenza. Al capodeposito il collega chiese se la qualità del carbone fornito dal deposito di Pavia era ancora quella pessima dei giorni precedenti, una vera e propria polvere di carbone che aveva cattivissima resa. La risposta fu purtroppo affermativa e completata dall'annuncio che non avremmo trovato la programmata locomotiva 625, ma la 880. Al sentire la notizia il collega, pur mantenendo una certa calma, manifestò tutta la sua contrarietà e, come colpito da un presentimento, avvisò il capodeposito di stare in allerta perché ci sarebbero state cattive notizie sul servizio che stavamo andando a effettuare.
Rivolgendosi a me, ma parlando a voce alta in modo che tutti sentissero, spiegò che con quel carbone una piccola e delicata vaporiera come la 880 non era in grado di fare un regolare servizio. A Pavia, presa in consegna la macchina, si notò subito la difficoltà di avere un fuoco decente per raggiungere una buona pressione. Ci aspettavano quasi ottanta chilometri di duro lavoro: tale era la distanza tra le due città. Da Pavia la linea a binario unico raggiungeva dopo una quarantina di chilometri Casalpusterlengo, se ne percorrevano poi sei o sette sulla importante tratta a doppio binario Milano-Bologna fino a Codogno per poi inoltrarsi nel finale ancora a binario unico fino a Cremona.
La prima parte fu un crescendo di difficoltà poiché senza una buona pressione in caldaia era impossibile mantenere l'orario e così di stazione in stazione il nostro ritardo cominciò ad assumere un valore a due cifre. Anche ridurre, fino a eliminare, il vapore destinato al riscaldamento delle carrozze non produsse quasi alcun miglioramento. I viaggiatori cominciarono a lamentarsi con il capotreno che si rivolse a noi per le dovute spiegazioni sulla anormalità. Il mio macchinista spiegò con sincerità la situazione, prevedendo anche la possibilità di non riuscire a portare il treno a destinazione.
Riuscimmo tra mille problemi a entrare in stazione a Casalpusterlengo, ma qui dovemmo prendere la dolorosa decisione di avvisare il Capostazione che la locomotiva non era più in grado di proseguire. Era infatti rischioso tentare di raggiungere Codogno viaggiando sulla importante linea Milano-Bologna e rischiare di bloccarsi in quella tratta. I viaggiatori (studenti e lavoratori pendolari) furono fatti scendere e da lì a poco fatti salire su un treno proveniente da Milano e diretto a Cremona. Nel vedere la scena un senso di sconfitta, di amarezza e delusione mi pervase e solo le parole del macchinista che diceva che non avevamo niente da rimproverarci riuscirono a migliorare quel mio stato d'animo.
Per i viaggiatori, costretti ad arrivare a destinazione con oltre un'ora di ritardo, fu una brutta serata. Anche per noi ci fu ancora tanto da tribolare. Staccate le carrozze, si decise di tentare di portare almeno la macchina a Cremona dove la si sarebbe rifornita di un buon carbone e rimessa poi in funzione. Trovato un intervallo sicuro tra un treno e l'altro, si raggiunse Codogno e da lì, dopo un'ulteriore sosta per rimediare un minimo livello di pressione e con la promessa da parte dei Dirigenti di farci trovare lungo i circa trenta chilometri tutti i segnali a via libera, la partenza per Cremona.
Cercando di risparmiare pressione in caldaia con tutti gli accorgimenti del caso, finalmente entrammo in stazione e poi in deposito con la macchina quasi spenta: solo un filo di vapore usciva non si sa da dove mentre le bielle non riuscivano quasi più a superare il loro punto morto. Veramente un incubo!
A notte fonda, tolti gli abiti sporchi e puzzolenti, dopo una veloce doccia e con tanta voglia di un letto, inforcai la bici dirigendomi verso casa. Nei giorni a seguire stranamente nessuna richiesta di giustificazioni da parte dei superiori. Chissà. Forse qualcuno non si sentiva tanto a posto per l'anormalità. Un collega che si permise di scherzare sull'accaduto dicendo che avevamo studiato la cosa per racimolare un po' di straordinario, fu fulminato all'istante dallo sguardo severo del mio macchinista.
Luciano Caldari

