In questo racconto Elio Biagini (1923-2005), ferroviere sindaco revisore al DLF e collaboratore di questo giornale, rievocava ricordi della sua infanzia trascorsa nella frazione di Viserba. Questa e altre sue memorie sono state raccolte dal figlio Roberto e pubblicate in un libro.
Ricordo il terribile inverno 1928/29, chiamato l'anno del nevone, perché di neve ne fece tanta tanta. Abitavo allora in via Piacenza; mio babbo era il custode della Villa del Leone, ora albergo Tre Sirene. Questa bellissima villa era di proprietà di un ingegnere di Governolo (MN) che era venuto ad abitare a Viserba e per custode aveva assunto mio padre (con alloggio per la famiglia). Mia madre faceva la donna tuttofare ed era occupata tutto il giorno presso tale famiglia. Quell'inverno i proprietari della villa sono tornati a Governolo e noi siamo rimasti soli. Faceva molto freddo, la neve era caduta ininterrottamente per diversi giorni. Le provviste di legna fatte per l'inverno si erano esaurite in fretta.
Si cercava di fare economia, ma il freddo era tanto che la legna spariva in un attimo e la casa si raffreddava subito. Il mese di febbraio 1929, siamo stati coperti da così tanta neve da raggiungere oltre i due metri. Di notte regnava un silenzio di tomba e il cielo plumbeo non faceva altro che riversare neve. Il mio babbo, quando il tempo lo permetteva e il mare era calmo, partiva di sera con un cesto di vimini (la caparola, una sacca di rete con un lunghissimo manico), una lanterna a olio e un paio di zoccoli di legno ai piedi (avere gli stivali era un lusso). Si dirigeva a marina per raccogliere il pesce che veniva di caduta.
La battigia era una lastra di ghiaccio, le onde s'infrangevano contro tale lastra e il freddo era tale che il lastrone di ghiaccio aumentava a vista d'occhio. In mezzo a questo paesaggio polare mio padre, con la sua caparola, pescava il pesce che moriva dal freddo. Tutta la notte la mia mamma e io stavamo sotto le coperte gelide, aspettando il ritorno del babbo con apprensione e sperando che non gli capitasse nulla. Finalmente di buon mattino ritornava intirizzito dal freddo, ma contento della buona pesca fatta di poveracce, canocchie, pesci ragno, gamberetti, qualche seppia e tanti altri piccoli pesciolini.
Dopo avere mostrato tutta la pesca, altro lavoro da compiere era partire con il cesto e dirigersi in campagna per scambiare il pesce con farina, lardo e salsiccia. Aveva degli amici contadini e così, dopo diverse ore, ritornava con prodotti preziosi. Portava a casa farina bianca e gialla per la polenta; mia mamma si metteva subito al tagliere, preparando piada e quadrettini con i fagioli. La mia mamma era felice e ringraziava il Signore che non ci abbandonava.
Elio Biagini