METAMORFOSI DI UNA CAFFETTIERA

Sempre attingendo alla inesauribile fonte di ricordi che mi sono stati tramandati da mio padre Alessandro, voglio ricordare ancora una volta un fatto che mette in evidenza la sua innata genialità e buona destrezza nel lavoro manuale. Premetto che al ragazzino, constatata la sua buona attitudine allo studio, i genitori, entrambi analfabeti, fecero frequentare la famosa VI classe elementare, una sorta di completamento di nozioni non previste dal precedente ciclo quinquennale e quello che sto per raccontare si può collocare circa nell'anno 1917 quando aveva 13 anni.

Debbo inoltre aggiungere che la giovanissima Officina Locomotive calata qualche anno prima con il suo bagaglio di notevole tecnologia in una realtà economica riminese basata essenzialmente sui prodotti della pesca (la marina) e dell'agricoltura (il contado), aveva ravvivato nuovi interessi nella popolazione, interessi che avevano galvanizzato (e come non poteva essere così!) la mente di mio padre al punto da indurlo a realizzare un motore a vapore, mettendo a frutto le nozioni di fisica che aveva acquisito a scuola.

Descritto in dettaglio dalla sua viva voce, questo motore era costituito da:
- Una cuccuma di caffé, di forma cilindrica;
- Un bossolo di ottone (cartuccia di fucile) opportunamente adattato alla bisogna;
- Una bielletta e una ruota.
L'assemblaggio di questi componenti dovette richiedere un certo impegno, ma queste oggettive difficoltà furono superate brillantemente in virtù del suo ingegno, qualità che abbondava nel babbo. I dettagli di questa realizzazione mi sfuggono, un po' perché complicati da descrivere, un po' per difetto della mia memoria, ma ricordo bene che, in modo assai felice, la distribuzione del vapore che doveva fluire a ogni giro di ruota nel bossolo, era ottenuta sfruttando l'oscillazione del bossolo stesso, vincolato allo stantuffo e alla ruota che a ogni giro faceva coincidere opportuni fori praticati nel corpo della cuccuma e nel bossolo, attraverso i quali avveniva l'introduzione e lo scarico del vapore.

Grande meraviglia allorquando, acceso il fuoco sotto la cuccuma, la macchinetta, per il vapore che si andava producendo e nonostante le ben immaginabili perdite dovute alla imperfetta realizzazione di questo manufatto rudimentale, cominciò a funzionare, con la ruota che girava vorticosamente. La notizia di questo evento si sparse comprensibilmente nelle case lì attorno e un certo Ghelfi (padre della sarta Stamura che, oltre che lavorare in proprio, collaborava con la nota sartoria Fonti sita in via Pascoli, meglio conosciuta con il toponimo assai disdicevole di (la streda d'la Fusaza), operaio nella nuova Officina Locomotive di via Tripoli, pensò di portare il marchingegno in officina per farlo vedere ai suoi compagni di lavoro, cosa che suscitò notevole stupore in quelle maestranze che solo da poco tempo, neofite del vapore, si erano trovate a tu per tu con quei mostri di acciaio.

Si può ben scorgere in questo episodio le prime avvisaglie del destino che avrebbe portato mio padre, diversi anni dopo, vinto il concorso per allievo fuochista, a governare ben più poderose macchine a vapore, in particolare le GR685.

Giancarlo Lotti, figlio di Alessandro