LA TRASFERTA

Nell'anno 1967 mi trovavo in servizio nella stazione ferroviaria di Genova Pegli, località dove anche risiedevo, un medio impianto che aveva due gestioni commerciali: biglietti/bagagli e merci, con un notevole traffico. In particolare per quel che riguarda le merci si registrava un movimento costante di carri che facevano la spola da quattro stabilimenti industriali, raccordati con binari allo scalo ferroviario.

In stazione, fra il personale, nonostante fossi fra i più giovani, avevo acquisito un turno fisso, grazie anche al fatto che c'era chi più anziano ci aveva rinunciato per arrotondare lo stipendio proponendosi per le trasferte. Un giorno però, per una serie di circostanze, i due agenti di scorta utilizzati nell'impianto per le sostituzioni, riposi e congedi, normalmente adibiti anche al compito trasferte, non risultarono disponibili ad assolvere un'improvvisa urgente richiesta di copertura turno, per il giorno successivo, dell'assuntore di Genova Cornigliano.

Le assuntorie erano allora stazioni con scarso traffico di viaggiatori e merci, date in appalto e rette per l'appunto da un assuntore, tuttofare, coadiuvato da un manovale.
Il Capo Stazione Titolare, nel pomeriggio, mi convocò nel suo ufficio e mi disse che aveva difficoltà a reperire un trasfertista e che in base al turno, rinviando il riposo, ero l'unico che mi trovavo nelle condizioni di assecondare la richiesta. Tergiversai un po', ma per una volta e un solo giorno potevo accettare.

Nel tardo pomeriggio mi fu confermato che avrei dovuto coprire il turno a Cornigliano. Poco dopo, arrivata con un treno, mi fu recapitata la busta contenente la chiave della stazione. Telefonai immediatamente all'assuntoria per avere alcune delucidazioni di servizio. Troppo tardi. L'impianto a quell'ora era già disabilitato.

La stazione di Cornigliano, chiusa di notte, avrebbe dovuto aprire i battenti ed essere presenziata almeno per le ore 5,45 perché alle ore 6,10 si sarebbe fermato il primo treno della mattinata. Io allora non possedevo ancora un'automobile né vi erano corse in autobus in ore notturne che collegavano le due località. Consultato l'orario ferroviario mi resi conto che l'unica alternativa era prendere il treno in partenza da Pegli alle 4.20 con arrivo a Sampierdarena per le 4.40. Avrei poi percorso a piedi i circa tre chilometri che mi separavano dal posto di lavoro.

A parte la notte insonne, tutto andò come previsto. Giunto a Sampierdarena m'incamminai con passo veloce verso la meta. Alle prime luci dell'alba osservavo e riflettevo su quella periferia industriale del ponente di Genova che stavo attraversando e mi appariva triste, degradata. Una sequenza ininterrotta di squallidi edifici, abbruttiti da un'uniforme pattina nerastra.

Più mi avvicinavo a Cornigliano, dove erano collocati gli altoforni dell'Italsider, più nell'aria si assisteva a uno strano fenomeno, il brillare, focalizzato dalla luce, di un diffuso pulviscolo. Pensai quali guasti ambientali e sociali stava pagando quella popolazione, all'altare dello sviluppo industriale e dell'occupazione!

Tutto trafelato arrivai a destino nei tempi previsti. Estratta di tasca la chiave, subito armeggiai provando le varie serrature fino a quando non trovai quella giusta che mi consentì di accedere all'impianto. Una volta entrato accesi le luci, controllai la disposizione dei registri e tutto il materiale che mi sarebbe occorso per svolgere il lavoro, infine un'ispezione alla cassa nella quale accertai con disappunto che avrebbe dovuto esserci una somma superiore a quella che invece rilevai. Al riguardo seppi poi, quando verso le 8.30 arrivò il manovale, che una parte del denaro era occultato in un doppio fondo del cassetto.

Altre beghe però mi attendevano al varco. Come ultima operazione, mi apprestai ad aprire lo sportello della biglietteria che era munito di una saracinesca a maglie chiusa da un lucchetto del quale non riuscivo a trovare, fra le innumerevoli collocate in una vicina rastrelliera, la chiave. Sarà stata la frenesia, l'apprensione del momento, visti i primi viaggiatori che si stavano assembrando. Concitatamente, vanamente, provavo e riprovavo. Sembrava che non ci fosse nulla da fare. Stavo sudando. Quando ormai disperavo, la trovai. Mi sentii sollevato!

Iniziai il servizio. Tutto finalmente sembrava procedere nella normalità. Quand'ecco che un gruppo di lavoratori entrò di corsa nell'atrio visibilmente alterato e minaccioso, mi redarguirono aspramente; qualcuno, non risparmiandomi improperi oltraggiosi, mi definì anche delinquente. Sostenevano che avevo lasciato al buio un lungo sottopassaggio e che per percorrerlo avevano brancolato nel buio e messo a repentaglio la propria incolumità. Qualcuno, fra i più facinorosi, aggiunse che per questo sarei stato passibile di denuncia e, in ogni caso, non sarebbe passata liscia.

Desolato e contrito prontamente trovai e accesi l'interruttore della luce che in precedenza mi era sfuggito, mentre quelli spietatamente continuarono a mugugnare sino all'arrivo del treno. Il resto della giornata, poi, trascorse regolarmente, avevo l'amaro in bocca e il timore di ripercussioni che invece non ci furono. Non vedevo l'ora di tornarmene a casa.

Nel mio lungo onorato lavoro in ferrovia quella fu la mia prima e ultima trasferta. Mi era bastata!

Giovanni Vannini