MICHELAZ

Michele Faticoni era un giovane ragazzo trapiantato a Rimini. Non si è mai saputo da quale paese della Romagna venisse. Abitava, assieme ai genitori, nel borgo Mazzini. Il babbo Giacomo era aiuto macchinista delle Ferrovie Padane.

Il trenino partiva dalla stazioncina di Porta Montanara (dove mio nonno Giovanni era capostazione) e arrivava fino a Novafeltria. La mamma Matilde (Tilde) lavorava nei mesi estivi come aiuto cuoca in un albergo di marina centro.

Michele aveva appena terminato (a fatica) le scuole dell'obbligo, su insistenza dei genitori, e iniziò l'apprendistato al lavoro. Fece l'idraulico, l'elettricista, il meccanico di biciclette, il falegname. Nessun lavoro gli andava a genio. La gente del borgo iniziò a chiamarlo Michelaz che zira, zira e un fa un caz. Il soprannome gli calzava a pennello perché effettivamente era un po' vagabondo. Però l'onestà, la rettitudine e il rispetto per gli altri non gli mancavano.

Per Michele il tempo, nel bene e nel male, passava normale. Un giorno, stanco di non fare niente, seguì i suoi amici (figli di ferrovieri) nel campo sportivo del Dopolavoro Ferroviario di via Roma. Lì iniziò a giocare a pallone e dopo i primi successi nel calcio gli capitò la più grande fortuna della sua vita: fu segnalato al presidente di una grande società e così iniziò una strepitosa carriera. Fu un esempio per i giovani. Il calcio, iniziato nel dopolavoro ferroviario di Rimini, per lui è stato uno strumento di successo e di educazione ai valori etici della vita.

Duilio Ganzaroli