Questi amarcord devono essere frammenti di vita vissuta, qui, da ferrovieri, frequentatori già giunti agli anni... anta... anta!
Ricordi, impressioni, sensazioni, nostalgie come flash che possono far rivivere particolari inediti da aggiungere e completare il magnifico libro di Storia del Dopolavoro.
Il precedente episodio di questo racconto di memorie, che risalgono all'anteguerra, è stato pubblicato sul numero di gennaio del Notiziario DLF.
L'indomani era una giornata di sole, tiepida senza vento. Lui sullo scalino del portone di casa aspettava di vederla comparire con la bottiglia di vetro trasparente per andare alla fontana a prendere l'acqua. E c'era, infatti, ma insieme alle cugine. C'era anche quella bisbetica più piccola e a Marco parve un nonsenso seguirla. Intanto era sceso dal gradino e lei, voltandosi, lo vide. Marco si mise le mani in tasca e, con atteggiamento di chi se ne impippa, risalì e chiuse forte il portone.
Il pomeriggio era stato lungo più del solito e al crepuscolo era già in cammino. Arrivò tanto in anticipo che la biglietteria del cinema del Dopolavoro Ferroviario non era ancora aperta. Si soffermò al gioco delle bocce. L'attesa era lunga e non riusciva ad osservare né il gioco né i giocatori; tutti amici di suo padre.
Cominciò ad arrivare gente, aprirono la biglietteria e finalmente la vide. In gruppo, con il padre e due cuginette. Sperò che il vecchio non la seguisse all'arena, infatti piegò a destra e si diresse verso la sede, forse a cercare di fare una partita a carte. Il suo animo si sentì sollevato, ma subito ricadde, ora che gli si offriva la possibilità, in quello stato d'ansia che lo fece respirare forte per togliersi quel peso che gli accelerava i battiti del cuore.
Doveva essere quella la svolta della sua vita; doveva dirglielo, doveva avere una risposta suggellata, sì, doveva baciarla. Ma come fare? C'erano quelle; si rattristò, ma solo un poco, quasi si sentì sollevato dal grande compito. Allora inspirò forte, corrugò la fronte, si sentì meglio, deciso, quasi ardimentoso.
Aspettò un po' e quando entrò nel parterre le sedie erano solo in parte occupate. Non la vide, rimase perplesso in piedi, finché un chiacchericcio forte e voluto lo fece voltare verso la tribunetta che ospitava i tifosi negli incontri di calcio. C'erano le luci accese e si accontentò di sedersi sull'ultima sedia a destra, la più vicina all'entrata, tutto solo, quasi a rimarcare che c'era e che aveva capito.
Appena si fece buio salì, quatto quatto, fino al più alto scalone. Ma lei era al centro fra le due cugine. Subito la grandicella si scostò e lui ne occupò il posto. Ora lei era vicino e guardava avanti, come lui del resto; come se non si conoscessero. Lei aveva un abitino grigio con il colletto e i polsi bianchi, le solite scarpette nere, le calze bianche appena sopra la caviglia e una giacchettina rossa, così almeno a lui parve nella appannata luce riflessa dello schermo.
Aveva le ginocchia scoperte e lui avrebbe voluto toccarle; si avvicinò un poco, ma lei guardava fissa lo schermo, forse senza vederlo. Ad un tratto lei fece cadere la mano con noncuranza a lato della coscia e lui con il cuore in tumulto non perse l'occasione. Le mise la mano vicino, toccandola. Lei gliela strinse forte e lo guardò. Il bacio che ne seguì era il primo per entrambi. Lui cercò le sue labbra serrate, mosse appena al momento del distacco.
Ancora per qualche minuto gli sguardi di entrambi fissarono lo schermo, poi Doroty Lamour, l'attrice hawaiana, si spassionò in un lungo bacio e lui si fece intrepido. Le cinse la vita, l'attirò a se e la baciò ancora. Lei dischiuse appena le labbra, ma i denti rimasero serrati. Marco sentiva i battiti rapidi e forti e il respiro divenuto profondo. In quel momento si sentì l'acidula risatina della cuginetta e lui si allontanò, scocciato.
Venne la luce e la fine del primo tempo, lui scese in platea appena cominciò il semiscuro della proiezione. Un tempo è lungo, ma è il tempo giusto per ripassare mentalmente la vicenda e risentì la stridula risatina della streghetta che interruppe, malamente, quel momento di estasi; ma lei si lascio abbracciare socchiudendo le labbra.
A Marco venne in mente il fotografo di corso Umberto, un uomo di anni, con una pancia enorme, che l'aveva visto con quella bellissima fanciulla e che un giorno, di botto gli chiese: le metti la lingua in bocca?. E lui lo guardò come l'ultimo della suburra, suscitando la sua ammirazione. Era ritornata al centro e la cuginetta più grande piegava il capo verso lei che sorrideva con l'aria da smorfiosetta e con il capo piegato all'indietro come stesse ascoltando una perorazione stucchevole.
Il film finì. Venne la luce e la gente cominciò ad uscire. Marco rimase seduto finché quelle passarono. Marie-Anne lo guardò senza sorridere, la piccolina lo salutò, maliziosa, con un ciao forte e chiaro come se ci fosse stata un'intesa fra amici. Lui le seguì e vide il babbo di lei, imponente, con il suo sigaro in bocca.
Prima dell'uscita Marie-Anne lo salutò con la mano dietro la schiena che si racchiudeva a rapidi tratti. Al cancello grande si girò per l'ultima volta e, dondolandosi sulle spalle con una mano aggrappata al ferro, si voltò ancheggiando e girò verso via Roma e lui, per la prima volta, vide e valutò il suo fondoschiena.
Lei aveva undici anni e lui quattordici.
Continua
Vi. Ve.
Note: Il racconto è vero. Non i nomi.